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Il paradosso impossibile dei Tirocini di Specialità: ipotesi di soluzioni. di Ronnie Bonomelli

 

dubbio-grammaticaleLa questione dei tirocini di specialità è tema complesso e “incandescente”.

Sono molte le questioni e gli “stakeholder” che coinvolge; proviamo ad analizzare la situazione, partendo dal presupposto che è problema mutifattoriale e complesso, che richiede quindi soluzioni altrettanto complesse.

 Soluzioni semplici e “magiche” purtroppo non ce ne sono; si tratta più che altro di comprendere quali punti di “ottimizzazione” ed equilibrio tra le diverse variabili del sistema si possono attuare.

In primis, questo richiede la collaborazione (o quanto meno, la non ostilità) dei vari stakeholder coinvolti a vario titolo: le ASL, il Sindacato, le Università, le Scuole e gli specializzandi. Stakeholder che spesso si muovono in logica del tutto autoreferenziale, ignorando l’impatto “sistemico” delle loro esigenze di parte, e che raramente cercando di trovare un punto di negoziazione con gli altri attori di questo complesso scenario.

 In Piemonte, abbiamo assistito in questi ultimi anni a tentativi che si sono rivelati un fallimento. E’ stato infatti attivato poco convintamente un “tavolo”, uno dei tanti, dove con ASL, Università, scuole di Psicoterapia, Ordine Psicologi Piemonte e una rappresentanza di specializzandi si è tentato di regolamentare la situazione. Risultato? Un palese fallimento, pur se da più parti si assistitiva a grandi annunci di pronta risoluzione del problema. Non è stato così, ma purtroppo lo si poteva immaginare.

 Una delle prime questioni “agitate” dagli specializzandi psicoterapeuti è la differenza di trattamento con gli specializzandi medici, che hanno un regolare contratto di “formazione-lavoro” ed uno stipendio più che dignitoso durante gli anni di specialità.

 Ma perché i medici sono pagati per fare il tirocinio? C’è una differenza sostanziale. Noi abbiamo circa 350 scuole di psicoterapia privata, di vario livello qualitativo, che sfornano specializzandi senza nessun tipo di programmazione nazionale. Il numero di posti per ciascuna specializzazione medica è definita anno per anno a livello nazionale e le risorse sono garantite dal SSN.

Inoltre, come output quantitativo la specializzazione in psicoterapia non va assimilata all’intero insieme delle specializzazioni mediche tout court, ma comparata ad una delle tante tra le molteplici specializzazioni mediche. In questo senso i numeri parlano chiaro: in una specializzazione medica, per esempio Cardiologia, il numero degli specializzandi medici è rigidamente programmato in entrata. Parliamo quindi di un numero di posti annuali che non supera spesso le 5 unità.

 E gli psicologi? Ogni anno, se pensiamo alle sole scuole di psicoterapia piemontesi – che sono 13 – facendo un rapido calcolo (assegnando 10 allievi per anno per quattro anni di scuola, moltiplicando per le 13 scuole presenti) – arriviamo a circa 520 specializzandi in psicoterapia in attività. Tutti questi, devono per legge svolgere il tirocinio. Un battaglione.

 Mettiamo quindi un punto fermo: non si può contrattare una remunerazione diffusa, se al contempo non si accettano vincoli enormi all’output di psicologi a livello nazionale, e alla loro programmazione e distribuzione locale.

Gli psicologi italiani, del resto, sono passati dai circa 27.000 di fine anni ’90 agli attuali quasi 90.000: una triplicazione in meno di 15 anni. Un ritmo di crescita insostenibile per qualunque popolazione profesisonale.

Quindi, a monte, dovremmo decidere, come categoria, di parametrizzare e programmare l’output di psicologi (con numeri chiusi rigidi a livello nazionale).

Da lì parte tutto: a livello universitario, per poi incidere a valle sulle scuole di specializzazione e quindi al mercato della professione.

Ma comunque gli effetti di tale limitazione, ora che percorreranno tutta la lunga “pipeline temporale” della formazione/socializzazione professionale, arriveranno tra molti anni.

 Nel frattanto, a livello “tattico”, le modalità di “limitazione” del danno non sono molte.

Deve essere individuato un punto di equilibrio tra la viabilità e sostenibilità dei Servizi del SSN che si basano spesso sull’apporto degli specializzandi, e le esigenze formative di chi nella pipeline si trova già in fase avanzata, ma sempre con la sempre maggiore necessità di non trasformare il tirocinio in un “sostituto di fatto di professionalità strutturata” (avendo 500 specializzandi “aggratis” all’anno, le Direzioni Generali delle ASL possono infatti evitare di assumere numerosi psicologi strutturati, in quanto i Servizi vengono coperti a costo quasi zero…). Il tutto in tempi di austerity, in cui tale modalità di lavoro “gratis et amore dei”  va proprio incontro ai desiderata e vincoli del SSN.

E’ davvero un problema, per certi aspetti, irresolubile.

 Ipotesi di limitazione del danno già realizzabili ?

- Stabilire (a livello Ordinistico, nelle convenzioni con le Università e con le Scuole) che ogni Psicologo può avere al massimo UN solo tirocinante alla volta, e solo a partire da 8-10 anni dall’abilitazione (questo garantirebbe anche maggiore qualità rispetto all’attuale limite – ridicolo – dei 2/3 anni dall’abilitazione, e ridurrebbe l’abuso di “specializzandi che tutorano tirocinanti nella stessa struttura in cui sono tutorati anche loro”). Ovviamente, questa soluzione apre alla possibilità che i posti per effettuare il tirocinio nel SSN subiscano un grosso ridimensionamento, il che potrebbe mettere in difficoltà gli specializzandi stessi

- Con le ASL, l’Ordine dovrebbe assumere una posizione negoziale molto assertiva, sollevando anche il piano della qualità del servizio erogato all’utenza e dell’effettivo evitamento di “abusi di sostituzione del personale strutturato con specializzandi sfruttati”: per questo, definire che ci possano essere al contempo non più di 2/3 tirocinanti (1/2 post-lauream, 1/2 di specializzazione) un’Unità Semplice, e non più di una decina in Unità Complessa (come avviene del resto per i medici, visti i numeri limitati alle specializzazioni…). Questo taglierebbe alla base una serie di processi quantitativi di abuso, mantenendo comunque le possibilità formative, e la “viabilità” di determinati Servizi in cui l’apporto dello specializzando può comunque essere di valore aggiunto per l’erogazione di determinate prestazioni all’utenza.

- Sviluppare attivamente una rete nel privato sociale, che possa assorbire parte della domanda di tirocinio; rete che abbia come capofila l’Ordine degli Psicologi stesso. Un esempio estremamente interessante in questo senso è il progetto dell’Ordine Psicologi Lombardia- a guida AltraPsicologia – “Psicologi per Milano”. Questa rete integra una serie di servizi del privato sociale che coinvolge associazioni, cooperative, scuole di psicoterapia. Il progetto Psicologi per Milano non ha fatto altro infatti che creare una rete di servizi del privato sociale. L’Ordine si é messo a capofila di questa rete, e ha lavorato per accreditarla presso il Comune di Milano. Il fatto di esserne capofila gli permette così di definire i criteri per essere inclusi o meno; ovvero, in pratica, ha potere di inclusione o esclusione se quei criteri vengono rispettati. Ed uno dei criteri é proprio quelli sui tirocinanti, e va proprio a limitare ed evitare la possibilità che i servizi vengano portati avanti esclusivamente dal lavoro gratuito dei tirocinanti. Da aggiungere poi che, il tirocinante ha inoltre la possibilità di fare esperienza in uno dei settori dove potrà sviluppare progetti e la propria professionalità: il privato sociale.

 Queste misure devono essere affiancate da un’opera di “martellamento culturale e deontologico” sui colleghi, in particolare di quelli in posizioni di “seniorship” e con ruoli istituzionali, perché non colludano con richieste improprie di ASL o stakeholder che alla lunga danneggiano la categoria tutta; anche se sappiamo che questo è spesso il punto più difficile…

 
Ronnie Bonomelli AltraPsicologia


Ronnie Bonomelli

Psicologo, in formazione come psicoterapeuta presso l’Istituto Europeo per le Terapie Sistemico-repiemontenali (EIST). Dopo aver lavorato per quasi dieci anni a Torino, in ambito psichiatrico, vive ora a Verbania, dove si occupa di clinica. Collabora inoltre con il Ser.T. ASL VCO e l’Associazione “Contorno Viola” nella prevenzione del gioco d’azzardo problematico e patologico.  Nel 2011 ha fondato, insieme a colleghi di diversa provenienza, l’Associazione “L’Albero della Vita”, per la quale si occupa di formazione e consulenza psicologica. Nel 2007 ha frequentato il ciclo Formazione Formatori presso lo Studio APS (Milano). Ambiti di intervento: consulenza psicologica per la coppia e la famiglia, gambling e ludopatie, supporto alla creazione di gruppi di auto e mutuo aiuto, formazione esperienziale per insegnanti ed operatori sociali.

 

 

 

 

 

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